Riflessioni e Risonanze
agosto 2nd, 2011 § Lascia un commento
Ieri sera mi è capitata una cosa che mi ha suggerito questa riflessione.
Mi trovavo a girare per delle bancharelle e mi sono imbattuto in una che vendeva oggettistica tibetana e nepalese. Tra le altre cose, in bella mostra, c’erano le famose campane. E’ un oggetto che amo particolarmente, dunque seppur avendolo, ho chiesto di provarne il suono.
Dopo di me sono arrivate altre persone che si sono dilettate a fare altrettanto con scarsissimi risultati, ma con grande impatto comico. Una signora sulla sessantina roteava il batacchio in legno sopra la campana in senso circolare, quasi volesse compiere una magia od un gioco di prestigio, lamentandosi dell’inspiegabile assenza di suono. Un’altra, più giovane, mischiava un immaginaria besciamella all’interno della campana, stupendosi anch’essa del mancato successo. I signori mariti commentavano divertiti e stupiti lo strano oggetto esotico, con scarso tatto e rispetto nei confronti delle campane, della loro cultura di provenienza e delle mogli. Pensavano fossero “sole” (che a Roma significa fregatura).
Un omino di origini asiatiche, titolare del banchetto, tentava di dare dimostrazione del corretto funzionamento arricchendo con ingredienti mistici la spiegazione. “Ci vuole la giusta energia” diceva. “Bisogna fare meditazione, per trasmettere la propria energia alla campana”.
Il top è stato raggiunto quando ha mostrato una campana ripiena d’acqua che, facendo suonare lo strumento, saltellava fuori come se stesse friggendo. Il fenomeno ha impressionato molto gli uditori che però continuavano a non riuscire, e credo possa essere frustrante, ne a far emettere suoni ne tantomeno a “friggere” l’acqua. L’omino invece andava alla grande risultando un vero mago agli occhi del pubblico.
Non è mia consuetudine giudicare le persone, non mi piace. Ma gli astanti avevano un atteggiamento così strafottente e prepotente che non posso dire mi fossero simpatici. In realtà, credo, stessero mascherando la frustrazione di non riuscire ad “usare” quello strumento ne tantomeno a capire il suo funzionamento. La spiegazione, per l’omino, continuava ad essere ovvia: “bisogna fare meditazione, bisogna avere una buona energia”.
Ora io non credo che le campane suonino grazie a qualche eterea energia posseduta da chi suona che viene trasmessa allo strumento. Il funzionamento, la fisica di questi oggetti è stata ampiamente studiata, per altro di recente è stato pubblicato un articolo (Terwagne, Bush 2011) proprio sulla dinamica del fenomeno relativo all’acqua. Come è ben descritto nell’articolo, il “friggere” dell’acqua è dovuto all’effetto delle oscillazioni delle pareti della campana sull’acqua in essa contenuta. Il fatto, per altro, che la sperimentazione sia stata fatta mettendo in vibrazione (quindi facendo “funzionare”) la campana senza l’ausilio e l’intervento diretto di una persona, dimostra che la campana possiede (ovviamente) la proprietà di vibrare e che non si tratta di “trasmissione di energia interna”.
Eppure un elemento di verità c’è in questa faccenda. La mia riflessione nasce dalla domanda: “Perché all’omino suona e agli altri no?”. Non si tratta di una questione di tecnica, perché questa è veramente banale ed alla portata di tutti. La risposta è nascosta nelle parole dell’omino, ad un livello più profondo di quello che potrebbe sembrare.
Non so quanto lui ne fosse consapevole ma, di fatto, quello che lui chiama energia è qualcosa che effettivamente dipende dalla persona che si applica nel tentativo di far suonare lo strumento.
Per suonare una campana tibetana è sufficiente appoggiarla sul palmo aperto e disteso della mano e far roteare il batacchio di legno lungo il bordo, cercando di mantenere una pressione costante ma senza esagerare, poiché la campana rischierebbe di cadere o se ne potrebbe strozzare la vibrazione del metallo. Dunque c’è bisogno di “sentire” (questa è la vera ed unica difficoltà) con molta delicatezza la propria azione sullo strumento, ascoltare con la propria mano il nascere della vibrazione ed assecondarlo. Serve molta calma, delicatezza, capacità di ascolto. Mi verrebbe da dire “amorevolezza” nel gesto, come se si dovesse accudire una creatura fragile, tenere in mano una farfalla senza farle del male.
Maneggiare uno strumento simile con la presunzione d’essere superiori, muovendosi con superficialità, mantenendo il chiasso nella propria testa, soffoca la farfalla.
